Monthly Archive for August, 2008

Viva gli ebook a scuola: a Boston succede già

Un gustoso reportage da una scuola di Boston. Nella Lilla G. Frederick Pilot Middle School è stato lanciato un progetto didattico pilota che,

“prevede che ogni mattina gli insegnanti consegnino ai propri studenti un laptop, che dovranno restituire a fine giornata, corpo docenti e alunni hanno tutti un blog, comunicano via chat con programmi di “instant messaging”, i compiti si spediscono direttamente al sito web della scuola e le verifiche si svolgono con i programmi gratuiti di Google come Google Docs, con iMovie di Apple o con software come FASTT Math”.

L’investimento nel progetto è stato di 2milioni di dollari e per metterlo a punto ci è voluto più di un anno. Il futuro? Sarà quello, secondo gli esperti, dell’e-learning, ed entro il 2013 negli Usa la scuola si seguirà a casa, in videoconferenza. Addio ricreazione…

Via| Booksblog
Foto | Flickr

Lezioni private costose, spennati i rimandati

Messaggero Veneto — 25 agosto 2008   pagina 07   sezione: PORDENONE

«Ci hanno spennato nelle lezioni private, pagate 25 euro orari di media». Sos degli studenti delle superiori: “sospesi” in pagella per debiti (leggi insufficienze) e pronti alla protesta. «I sospesi sono una media di 5 per classe e non tutti hanno i corsi di recupero organizzati dalle scuole – denuncia il caso Andrea Brunzo, liceale di Pordenone –. Ci sono ragazzi del liceo e di altri istituti rimandati e senza corsi. Noi protestiamo: o tutti, o nessuno».Un’ora di ripetizione privata di latino costa minimo 25 euro, a scuola è gratis in molti istituti o con un forfait di 25 euro per tutto il corso. La differenza, la fanno gli euro nelle tasche dei genitori. «I professori ripetitori non fatturano – Andrea Brunzo non è indebitato, ma si fa portavoce delle proteste dei suoi compagni e delle famiglie -. Un anno fa, un’ora di latino costava 20 euro, nel 2008 è salito a 25 euro. La spesa a famiglia, per un liceale rimandato in una disciplina che non ha il corso di recupero organizzato a scuola, è di almeno 500 euro: con 2 discipline i costi raddoppiano e mettiamoci anche i trasporti. Per esempio, nel liceo Grigoletti ci sono oltre 200 studenti rimandati: nell’indirizzo linguistico non ci sono tutti i corsi per i rimandati in matematica e così funziona nello scientifico per storia e filosofia».Esami in settembre: chi non ce la fa a saldare il debito, ripeterà l’anno. «L’ordinanza 92 sui debiti non è rispettata – alza il tiro Brunzo –, perché serviva a stroncare le ripetizioni in nero. Prometteva a tutti i ragazzi delle superiori di potere avere un’istruzione senza lacune, anche ai meno abbienti. Voleva bloccare gli studenti indebitati cronici e cambiare la scuola. Invece, ha aumentato le ripetizioni private».Molti istituti hanno selezionato le discipline del recupero per povertà di risorse: costano oltre 50 euro orari alle casse scolastiche (il docente incassa 30 euro netti all’ora). «Recupero debiti uguale studenti nel caos – spara sul web il sito www.retedeglistudenti.it –. Il servizio recupero non è sufficiente: in alcuni casi non sono stati organizzati i recuperi prima di maggio e gli studenti sospesi, sono rimasti al palo. Altri istituti li fanno pagare e poi ci sono alcune scuole che per non avere grane hanno ridotto d’ufficio le sospensioni e bocciato. Prepariamo i ricorsi collettivi contro le scuole che non organizzano i corsi». (c.b.)

Riportato qui sopra l’articolo apparso sul Messaggero Veneto, sezione di Pordenone di ieri, contenente l’intervento di Andrea Brunzo, membro del nostro movimento.

Si chiudono le Olimpiadi, arrestato un nuovo Vescovo in Cina

Monsignor Julius Jia Zhiguo della diocesi di Zhengding (Hebei)

PECHINO, lunedì, 25 agosto, 2008 (ZENIT.org).- Nel giorno della chiusura delle Olimpiadi, monsignor Julius Jia Zhiguo, Vescovo di Zhengding (Hebei), è stato portato via dalla polizia in un luogo sconosciuto, secondo quanto hanno fatto sapere diversi organi di stampa.

Il Vescovo si trovava da mesi agli arresti domiciliari, informano l’agenzia AsiaNews, organo informatio del Pontificio Istituto per le Missioni Estere, e la Cardinal Kung Foundation.

AsiaNews riferisce inoltre che “il Vescovo ha celebrato la messa domenicale, alla presenza di alcuni fedeli nella cattedrale di Wuqiu. Alle 10 di mattina, 4 poliziotti sono entrati nella chiesa e lo hanno trascinato via senza dire nulla. I fedeli non sanno nulla del luogo in cui si trova né dei motivi di questo arresto”.

Secondo quest’agenzia, “durante il periodo delle Olimpiadi il governo aveva costretto agli arresti domiciliari molti Vescovi e sacerdoti della Chiesa sotterranea”, alla quale aderiscono tutti i fedeli che, non accettando il controllo da parte dell’Associazione patriottica, organo del Partito comunista, praticano la fede in strutture non registrate e quindi non ufficiali, rischiando di essere puniti per azioni “illegali” e “di disturbo dell’ordine pubblico”.

“Lo stesso monsignor Jia era vigilato 24 ore su 24 – ricorda AsiaNews –. La polizia aveva perfino costruito una baracca davanti alla casa del Vescovo per facilitare la guardia giorno e notte, con turni di veglia e di sonno”.

“La pubblica sicurezza aveva proibito ogni raduno dei cristiani durante il periodo delle Olimpiadi, per evitare tensioni e problemi di immagine alla Cina – si legge poi –. Ma un migliaio di fedeli della diocesi di Zhengding, sfidando il divieto, si sono radunati il giorno dell’Assunta nella cattedrale”.

“La polizia, per evitare conflitti, ha ordinato al Vescovo di celebrare la messa, rimanendo nel cortile della chiesa”.

Monsignor Jia, 73 anni, ha passato 15 anni in prigione (dal 1963 al 1978). Dal 1989 in poi si trova sotto stretto controllo della polizia. In tutti questi anni è stato arrestato e poi liberato almeno 11 volte. Quella di ieri è la dodicesima.

In passato il Vaticano ha spesso perorato la causa della sua libertà. La sua diocesi conta 110 mila cattolici, almeno 80 sacerdoti e più di 90 suore.

Zhengding is è un piccolo villaggio situato a più di 100 km a sud di Pechino.

“Il Vescovo Jia si prende cura approssimativamente di 100 orfani portatori di handicap che sono stati abbandonati. Questo orfanotrofio ha assolutamente bisogno di sostegno finanziario e medico”, fa sapere il Cardinal Kung Foundation.

Sondaggio del Corriere

I Giochi hanno aiutato la Cina a diventare più democratica?

image

Praga 1968-2008

Jan Palach

«Fame, morte e schiavitù, il coraggio nasce a volte così, bandiere rosse su una città, in Occidente c’è solo viltà». È questo l’incipit di una delle canzoni più famose dedicate all’evento della Primavera di Praga, in particolare allo studente di filosofia Jan Palach, datosi fuoco in Piazza San Venceslao, allora capitale Cecoslovacchia, il 16 gennaio del 1969. Morirà tre giorni dopo. Ai suoi funerali parteciparono 600 mila persone provenienti da tutto il Paese.

Jan Palach si sacrificò e divenne un simbolo dell’antisovietismo e dell’anticomunismo internazionale lasciando scritte queste sue ultime parole: «Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa».

Era l’inizio dell’anno 1969. Il per molti versi famoso 1968 era appena terminato. Con esso anche la “prova tecnica di democrazia” chiamata in seguito Primavera di Praga, un breve arco di tempo nel quale il capo di Stato cecoslovacco Alexander Dubček promosse una serie di riforme aventi lo scopo di produrre nel Paese un “socialismo dal volto umano”. Questa coraggiosa iniziativa non durò molto, purtroppo. Difatti, ebbe fine la notte tra il 20 ed il 21 agosto, quando un esercito stimato tra le 200.000 e le 600.000 unità, inviato dal Patto di Varsavia, mise fine, tra sanguinosi scontri, a questo spiraglio di libertà nel grigio mondo del comunismo di Stato. Al momento dell’invasione Praga tentò di resistere, ma l’umana forza degli studenti che lottavano per la libertà non poté certo competere con i carri armati sovietici.

La famosa “pace comunista” era piombata di peso sulle utopie di democrazia cecoslovacche. In Occidente, la Primavera, aveva dato vita ad una serie di reazioni trasversali. Mentre a destra si manifestava compatta a difesa della volontà di libertà del popolo cecoslovacco, a sinistra la soppressione armata del periodo di riforme diede lo spunto per una serie di riflessioni, soprattutto all’interno dei movimenti giovanili. A livello istituzionale invece, il Partito Comunista Italiano, nonostante ora dica di aver in qualche modo appoggiato inizialmente il tentativo di dare alla Cecoslovacchia un «socialismo umano», si schierò senza troppi scrupoli dalla parte dell’URSS, desideroso come non mai di non perdere l’immensa fonte di denaro sovietica. Le riforme di Dubcek furono così abolite ed egli stesso fu sostituito dal fedelissimo filosovietico Gustav Husak, il quale ripristinò il regime autoritario nel paese.

Così, mentre la Primavera di Praga veniva soppressa nel sangue e Jan Palach ed altri patrioti si immolavano per la libertà nel Paese, l’Occidente rimaneva a guardare in silenzio, impotente e negligente, se non addirittura concorde (vedi Partito Comunista Italiano) nella decisione di Mosca di recidere il fiore della libertà che tentava di sbocciare a Praga. Oggi, dopo quarant’anni, «la Primavera di Praga rimane nella memoria dei popoli come un’esperienza fondamentale nel cammino verso la democrazia di quella parte d’Europa che ha vissuto sotto l’oppressione del modello totalitario sovietico dal secondo dopoguerra al 1989», dice il Presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini.

La domanda sorge spontanea: chissà, se dovremo aspettare quaranta, cinquanta, sessanta anni, per sentire la stessa ondata emotiva, la stessa carica di scuse e giustificazioni inutili, la stessa manifestazione di ipocrisia, quando sentiremo certe parti politiche ammettere che effettivamente in Cina e nel Tibet il regime comunista di Pechino sopprimeva ogni forma di libertà e democrazia. È fatto così quel branco di iene camaleontiche: cambiano d’abito, cambiano colore, ma per simbolo hanno sempre un uomo che muore.

Meloni: bene, accolto il mio invito

dal Corriere:
Il ministro della Gioventù

Meloni: bene, accolto il mio invito
Lo sport fa più opinione dei politici

Gesti di valore, ma l’esecutivo ha fatto la sua parte»

ROMA — Se l’immaginava così Giorgia Meloni quel «gesto simbolico per il Tibet» lanciato alla vigilia dei Giochi: «Risponde al concetto del mare che è formato da piccole gocce». La maschera della Granbassi, il body del portabandiera Rossi, i guantoni di Tatanka-Russo. Anche Josefa Idem, argento nella canoa, farà il suo dono al Dalai Lama, ma intanto accusa: «Grossa ipocrisia: chiedono agli atleti grandi gesti, mentre loro non hanno gli attributi…».

«Non era questa la mia intenzione — risponde il ministro della Gioventù —. Nessuno intendeva scaricare la responsabilità sugli atleti. Io ho invitato qualunque italiano, tifosi, media, politica, sportivi a fare qualcosa, ognuno nel suo piccolo, dire una parola in tv, dedicare una medaglia. Quello che ora stanno facendo. Nessuno esente…». La politica, però, non sembra essere stata protagonista della contestazione: l’Italia alla cerimonia di apertura c’è andata, rappresentata dal ministro degli Esteri Frattini e dal sottosegretario allo Sport Crimi, e non si sono segnalati gesti evidenti. «Non credo che non ci siano state risposte politiche. Certo, sarebbe stato bello che nessun capo di Stato o di governo dell’Unione europea partecipasse, una decisione comune. Ma così non è stato. Frattini ha comunque colto le occasioni che ha avuto per ricordare il Tibet: che avrebbe dovuto fare, buttarsi dagli spalti? Mi ha colpito invece Sarkozy, che prima ha lanciato l’idea di non andare e poi invece è partito».

Una distanza con questo atteggiamento, sostiene la Meloni, Roma l’ha marcata: «Già il fatto che il premier Berlusconi non fosse presente all’apertura è un gesto della politica». Che oltre un certo limite non può andare, è la sua convinzione. «Nel campo delle grandi conquiste dei diritti civili la differenza la fa l’opinione pubblica, e per muovere l’opinione pubblica il gesto di un atleta vale di più del gesto di una Giorgia Meloni». «Noi guardiamo a questi ragazzi — continua — anche per quello che rappresentano per le nuove generazioni, lo sport racconta dei valori…». Vale per la Cina e pure per l’Italia: l’ultima battuta della Meloni è per il pugile Clemente Russo, che ha ricordato il Tibet e anche i ragazzi di Marcianise, Caserta. Archiviata la polemica sul boicottaggio della cerimonia, «sono molto contenta della sua medaglia, è il simbolo che con l’impegno si può uscire da situazioni difficili. Rinnovo a lui e a chi si occupa dei ragazzi di zone a rischio la mia disponibilità»

Alessandra Coppola
24 agosto 2008

Granbassi: "Il mio gesto pro Tibet donerò la maschera al Dalai Lama"

La fiorettista azzurra aveva confessato il suo pentimento per non aver manifestato

“Mi sono sentita in colpa per aver gioito delle medaglie, mentre degli innocenti soffrono”

Granbassi: “Il mio gesto pro Tibet
donerò la maschera al Dalai Lama”

dal nostro inviato MATTIA CHIUSANO

 Granbassi: "Il mio gesto pro Tibet donerò la maschera al Dalai Lama"

Margherita Granbassi

PECHINO - Come fare, cosa fare in questo momento? Come agire se si è un campione, si è contribuito alla riuscita dello spettacolo olimpico, per poi scoprire che nello stesso momento, nello stesso paese, si reprimevano le manifestazioni del popolo tibetano? Dopo un periodo di riflessione Margherita Granbassi, due bronzi alle Olimpiadi di Pechino, ha preso una decisione. Durante un intervento a Sky, seguito ad un’intervista su Repubblica. it, la fiorettista ha annunciato che donerà la sua maschera al Dalai Lama. La stessa maschera indossata durante i tornei olimpici a Pechino. Un regalo simbolico, che nel linguaggio di una schermitrice significa difesa e protezione da un avversario che ti attacca. “La stessa maschera che mi ha protetto a Pechino, vorrei che potesse servire a lui per proteggere il suo popolo”. La Granbassi vive da tempo il dilemma di un’atleta che ha partecipato ai Giochi di Pechino pur sapendo che la perfetta organizzazione nascondeva ombre nel delicato campo dei diritti umani.
“Invito gli atleti che sono ancora in Cina a fare la loro gara e dopo, soltanto dopo, manifestare a favore del popolo tibetano” ha spiegato a Repubblica. it. “Questa vicenda, questa notizia – le morti nell’est del Tibet, n.d.r. – diffusa senza la conferma del Dalai Lama, mi lascia stordita. Con un senso di amarezza dopo le intense giornate olimpiche. Mi sono sentita quasi in colpa. Per aver gioito per le mie due medaglie, mentre nello stesso paese si reprimono le manifestazioni di gente innocente. Siamo stati protagonisti di un simpatico teatrino. A questo punto credo che le Olimpiadi siano state inutili. Il boicottaggio cambia poco, la storia lo dimostra. Il problema è a monte, risale al momento in cui è stata scelta Pechino come sede olimpica”.

(22 agosto 2008)

Da Repubblica

E BRAVA MARGHERITA!

In Darfur la Cina è vicina…

ATTENZIONE: Continua la pubblicazione online degli articoli presenti sul nostro giornalino studentesco! Come sempre, siete liberi di copiarli, basta che ne linkiate la fonte (www.azionestudentescapn.net)! Grazie!

Voi vi chiederete cosa hanno in comune due Paesi così diversi e così distanti tra loro? Di primo acchito la risposta che verrebbe da dire è “Niente!”, beh…ad essere sinceri questi due luoghi hanno molto più in comune di quanto si pensa.

Quello che bene o male tutti sanno è che il Darfur, la regione ovest del Sudan è dal 2003 teatro di un feroce e sanguinoso conflitto, vede contrapposte la locale maggioranza araba e la minoranza nera. Il governo centrale del Sudan sta finanziando una strategia di repressione della rivolta della popolazione del Darfur utilizzando congiuntamente esercito regolare, aviazione e i janjaweed (pastori nomadi armati dell’etnia Baggara) che fungono da irregolari dell’esercito e che si sono macchiati di delitti efferati contro la popolazione inerme, come ad esempio a Suleia dove hanno compiuto una strage di innocenti che si trovavano nel centro del paese.

Quello che però non tutti sanno è come un Paese che è stato messo in ginocchio da ripetute carestie e che si trova sull’orlo di una crisi finanziaria, possa trovare i fondi per finanziare una guerra che ha un costo in vite e in denaro elevatissimo. La risposta è presto detta, finanziamenti esterni. La causa, o il merito, di questi finanziamenti è come spesso accade nel Mondo il petrolio. L’oro nero, che si è scoperto recentemente in abbondanza nella regione del Darfur fa gola a molti Paesi, ma quello a cui fa più gola è quello che attualmente ha il più impellente bisogno di fagocitare energia, cioè la Cina.

Dopo la recente scoperta il governo Cinese ha cominciato a fomentare la guerra del Sudan contro i ribelli del Darfur, per avere un più facile accesso ed un prezzo migliore della rara risorsa energetica, il governo di Pechino finanzia (con tre miliardi di dollari annui!!) e arma gli irregolari janjaweed e concede dei prestiti ad interesse agevolato al governo Sudanese per l’acquisto di armi proveniente dalle fabbriche cinesi. Questo è facilmente intuibile da un dato, l’80% del petrolio estratto dal Sudan viene comprato dal Paese Giallo, questo rappresenta una quota pari all’8-10% delle importazioni cinesi di petrolio. Inoltre è evidente che la Cina sta spostando pesantemente il proprio centro di interesse nel Paese Africano, in quanto stanno “fiorendo” come in Italia decine di negozietti gestiti da cinesi, ed una particolare tolleranza è garantita dal Governo sudanese ai costumi cinesi anche se contrari alle rigide regole imposte dalla legge islamica che vige nel paese.

Come se non bastasse il Governo di Pechino si ostina a porre il veto, retaggio di un privilegio “guadagnato” dalla Seconda Guerra Mondiale, su una risoluzione chiesta a gran voce dagli USA e dall’Inghilterra, che permetta di punire il regime di Khartum, un atteggiamento di questo genere non lascia spazio a dubbi sugli “intrallazzi” che intercorrono tra il Cina e Sudan. Quindi sulle spalle e la coscienza del Governo Cinese oltre a tutti i morti e i torturati nei laogai, oltre a tutti i lavoratori costretti a ritmi e condizioni disumane di lavoro, oltre a tutto questo, sono costretti a caricarsi almeno in parte il peso di una così grande ingiustizia umanitaria.

Riusciranno a dormire sonni tranquilli? Secondo noi…Sì.

Jonathan Venier

La bimba che cantò all’inaugurazione? Un bluff.

 
Non solo si trattava di un mero play-back ma non era sua neanche la voce
La bimba che cantò all’inaugurazione?
Un bluff. Quella vera non era telegenica

L’angelica vocina che risuonò nel maestoso impianto non apparteneva a Lin Miaoke, 9 anni, ma a un’altra bambina

PECHINO – Ha soltanto mimato le parole della sua canzone patriottica la bimba cinese che, fasciata in un elegante abitino rosso, durante la cerimonia d’inaugurazione dei Giochi Olimpici di Pechino stregò i novantamila spettatori dello stadio nazionale «Nido d’Uccello». Non solo si trattava di un mero play-back, ma non era nemmeno dovuto a lei: l’angelica vocina che risuonò nel maestoso impianto non apparteneva infatti a Lin Miaoke, 9 anni, ma a un’altra bambina.

NON ERA TELEGENICA – Lo ha dichiarato alla televisione di stato il direttore musicale della cerimonia, Chen Qigang. La piccola era stata selezionata per apparire in pubblico, e si esibì in un momento-chiave dello spettacolo durato oltre tre ore, diventando subito una mini-star internazionale. Peccato che la voce appartenesse invece a Yang Peiyi, più giovane di due anni, faccino paffuto ma dentatura irregolare: dunque assolutamente non abbastanza telegenica per sedurre la platea mondiale. «Abbiamo fatto la scelta giusta per la nazione», ha dichiarato Chen. «L’immagine nell’obiettivo doveva essere impeccabile, espressiva e in linea con il sentimento nazionale. Lin Miaoke aveva queste caratteristiche, ma in termini di voce era Yang Peiyi.

12 agosto 2008

Dal Corriere della Sera

Olimpiadi della Vergogna